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Dicono di noi… Pier Francesco Ferrari

Dicono di noi… Pier Francesco Ferrari

Pubblichiamo, con cadenza settimanale e in ordine alfabetico, i bellissimi contributi che ci hanno inviato persone che ci conoscono da tempo, che hanno vissuto parti di strada con noi, e che ci invitano ad andare avanti!

Spesso alla mia età (52 anni) ci si guarda indietro per ripercorrere gli eventi della propria storia e capire quali sono state le persone, le svolte, gli avvenimenti che hanno marcato la tua vita e ti hanno definito come persona. 

Quello che mi sento di dire oggi e’ che il periodo di servizio civile alla bula è, certamente, stato uno di questi momenti fondamentali.

Questa mia esperienza è capitata in quel periodo della vita, finito il mio corso di laurea in Biologia, in cui dovevo iniziare a fare chiarezza su di me e sulle scelte che avrei voluto fare. Pensavo che sarebbe stato solo un anno di transizione, una parentesi, durante il quale avrei avuto il tempo per mettere a fuoco il mio percorso futuro. Al centro c’ero io, i miei desideri, i miei pensieri e i miei progetti. 

Quel baricentro presto si sarebbe spostato.

Decidere di fare obiezione di coscienza non era una scelta casuale. Le mia decisione di non fare il servizio militare era motivato da un forte idealismo, come forse e’ normale che sia in un ragazzo di 23 anni. Nel servizio civile alla bula intravedevo finalmente la possibilita’ di realizzare in modo concreto queste mie idee, agendo una mia parte attiva nella societa’. 

Oggi, osservo quel ragazzo con la maturita’ dell’adulto e vedo nei suoi occhi una voglia di cambiare il mondo e di vivere la libertà delle scelte radicali, senza le sfumature con cui noi adulti costruiamo i nostri muri e le nostre giustificazioni. Allo stesso tempo vedo un ragazzo pieno di contraddizioni che pensa di poter fare la rivoluzione stando comodamente adagiato su una vita facilitata da una condizione socio-economica e culturale avvantaggiata e da una “comoda” vita universitaria. Tanta, troppa teoria. 

Le cooperative sociali erano le figlie delle rivoluzioni culturali dei decenni precedenti. Non eravamo piu’ negli anni ‘60 o ’70. Era il 1992. Le grandi rivoluzioni culturali erano già passate. Io vedevo quindi in Edo, Patrizia, Danilo, Enrico e Valeria, dei pionieri nella lotta ai diritti delle persone piu’ fragili. Loro si che avevano fatto veramente la rivoluzione. Non quella che si legge nei libri di storia, ma quella che cambia veramente la vita delle persone, attraverso i gesti quotidiani e la valorizzazione di ciascun individuo in tutte le sue diversità. Con i propri diritti al lavoro, all’affettività, e alla socialità. Persone e famiglie che vivevano alla periferia dei diritti. Grazie a queste persone nasceva un nuovo senso di collettività, di giustizia e di compartecipazione alla vita pubblica. 

E quindi cosa poteva fare io nel mio anno di servizio civile? Avevo, in fondo, la sensazione di essere arrivato troppo tardi. La rivoluzione l’avevano già fatta gli altri. 

Inconsapevolmente, pero’, stavo iniziando a vivere tutta un’altra rivoluzione. Era una rivoluzione interna e profonda, non basata sugli ideali, ma piuttosto sulle relazioni e i legami.

All’interno della cooperativa c’erano Stefano, Paolone, Luigi, Gianmarco, Marilisa, Remo, Francesca. C’erano operatori, obiettori, volontari. C’era una rete di relazioni di cui io ero chiamato a far parte. Affetti nei quali potevo esercitare la mia libertà di scegliere dove e da che parte stare. Non mi rendevo conto che il sorriso di Stefano, la pantomima di Gigio, l’apparente incomunicabilità di Francesca, mi sfidavano, costringendomi a trovare un modo per stare con loro, per sintonizzarmi al di la del mio sapere e dei miei codici sicuri e familiari. Attraverso il corpo, il gesto, l’affetto. Forse una dimensione primitiva della comunicazione, ma estremamente efficace. Una diversità che per alcuni è una barriera, ma nella bula era la risorsa, la materia grezza sui cui si plasmava il tutto. 

E gradualmente, con il passare del tempo, questa esperienza mi ha trasformato in modo profondo. Non si trattava “solo” di trovare un modo per stare alla bula, ma un modo nuovo per stare nel mondo, in relazione con gli altri. Si delineavano orizzonti diversi nella mia mente. Una nuova visione. Quella che guardava ai ragazzi della bula  nelle loro risorse, nell’acquisizione di nuove autonomie e competenze sociali. Cambiava dentro di me, l’idea di famiglia, di quartiere, di istituzioni. Le questioni diventavano sempre più complesse, articolate e sfumate. 

Nel leggere alcune storie del libro mi sono ricordato di ragazzi con problemi mentali, con storie di ricoveri, trattamenti farmacologici ed emozioni incontrollate. Una sofferenza nella mente, nel corpo, nella famiglia e nella bula. Ed ho pensato che in qualche modo, questo libro non parla solo della loro storia, ma anche inevitabilmente della mia. Nel guardare queste foto e nel leggere questi racconti, vedo la trasformazione di un ragazzo di 23 anni che stava vivendo una delle rivoluzioni più importanti della sua vita. 

Oggi vivo una dimensione lavorativa lontana dalle cooperative sociali. Mi occupo di ricerca. Eppure, l’imprinting che ho ricevuto grazie all’esperienza della bula ha definito una dimensione sociale nelle mie relazioni e nella rete di rapporti che vivo. Grazie quindi alla bula, ai suoi operatori, volontari e soprattutto ai ragazzi, perché chi sono oggi lo devo un po’ anche a tutti loro.

Pier Francesco Ferrari

Direttore Institut des sciences cognitive Cnrs dell’Università di Lione